La BCE ha tagliato quattro volte i tassi di interesse (ciascuna volta di 25 punti base) nel corso del 2024: a giugno, settembre, ottobre e dicembre. E, a onor del vero, la Banca centrale europea sta proseguendo in un allentamento della politica monetaria anche all’inizio di quest’anno.
Infatti ha ribassato il costo del denaro (sempre di un quarto di punto) anche a gennaio 2025 e non si esclude che possa apportare altre due diminuzioni nel corso delle prossime riunioni del Consiglio direttivo.
Perché ciò accada, occorre che l’inflazione continui ad avvicinarsi all’obiettivo del 2% nell’Eurozona e le proiezioni del quadro macroeconomico confermino la necessità di ridare slancio ai consumi e agli investimenti di famiglie e imprese in tutta Europa.
Eppure, nonostante queste riduzioni dei tassi di interesse effettuate lo scorso anno, le azioni delle banche di Eurolandia hanno chiuso il 2024 a un livello mai così elevato dal 2010 in avanti. Livello da primato che è stato determinato da profitti solidi e promesse di rendimenti record per gli azionisti.
Questa fotografia a tinte rosa è stata scattata da un’analisi del Financial Times. Lo studio messo a punto dal quotidiano economico britannico pone in evidenza che l’indice Euro Stoxx Banks ha registrato un aumento di oltre il 20% negli scorsi dodici mesi, superando quota 142 per la prima volta da quattordici anni a questa parte.
Perché i profitti delle banche crescono così tanto
Ora, in attesa della pubblicazione degli stress test 2025 che forniranno utili indicazioni sulla robustezza patrimoniale delle banche, la domanda che ci si pone è la seguente: quali sono gli elementi che stanno alla base di questa crescita delle azioni degli istituti di credito?
Come già rilevato anche dall’EBA (European Banking Authority) le banche europee (italiane comprese) sono state brave e abili a reggere l’urto di inflazione e tassi alti che hanno frenato bruscamente le richieste di nuovi mutui e finanziamenti da parte di famiglie e imprese.
Ma non solo: le banche sono state capaci di trasformare questa situazione economica svantaggiosa in un vantaggio per i propri bilanci, traendo il massimo beneficio dai tassi d’interesse più elevati negli ultimi tre anni a causa dei dieci rialzi consecutivi approvati dalla BCE dal luglio 2022 al settembre 2023 nel tentativo di arginare un’inflazione galoppante nell’area Euro.
E, anche se il costo del denaro è diminuito nel 2024, “le preoccupazioni riguardanti la compressione dei margini di interesse non hanno avuto un impatto significativo sui prezzi delle azioni”, riferisce l’agenzia di stampa Sole 24 Ore Radiocor.
Nella maggior parte dei casi, ciò è stato reso possibile, in quanto le banche “hanno saputo proteggersi efficacemente dal calo dei tassi attraverso strategie di copertura strutturale, salvaguardando così gran parte dei loro guadagni”, fanno notare ancora da Radiocor.
Banche italiane da primato: UniCredit e Intesa in testa
Sul podio dei migliori istituti di credito per le loro performance messe a segno nel 2024 spiccano le banche italiane:
- UniCredit è risultata la migliore tra le grandi banche europee, con un incremento azionario superiore al 50%;
- sul secondo gradino del podio è salita Intesa Sanpaolo, che ha fatto segnare un +40%;
- al terzo posto si è piazzata Deutsche Bank (+30%).
Sul fronte opposto BNP Paribas è stata tra le peggiori del settore, registrando una perdita di quasi l’8%.
Nonostante un’attività di fusioni e acquisizioni fiacca e una crescita contenuta alle voci mutui e prestiti, a causa dei tassi di interessi aumentati vertiginosamente, con le rate mensili che si sono impennate frenando le stipule di nuovi contratti sia per i consumatori che per le imprese, il 2024 è stato comunque uno degli anni più remunerativi per le banche europee.
Rendimento sul capitale a quota 13% nel 2024
Secondo un report elaborato da Citigroup, il rendimento medio sul capitale del settore finanziario ha raggiunto il 13% lo scorso anno. L’incremento degli utili ha permesso alle banche dell’Eurozona di premiare i propri azionisti con ampi profitti. L’analisi del Financial Times sottolinea inoltre che, durante il 2024, sono stati:
- portati a termine circa 45 miliardi di euro in buyback;
- distribuiti 19 miliardi di euro in acconti sui dividendi;
- attesi altri 69 miliardi di euro in dividendi finali per l’inizio del 2025.
Questi risultati hanno fatto segnare una netta e chiara inversione di tendenza rispetto al 2020. Cinque anni fa la Banca centrale europea, infatti, aveva dato ordine di procedere con la sospensione di dividendi e riacquisti durante la pandemia da Covid 19, danneggiando la reputazione del settore tra gli investitori internazionali.
Settore bancario: un confronto tra Europa e America
Tuttavia, il quotidiano economico-finanziario britannico, realizzando questo suo studio, ha anche osservato che, nonostante i risultati solidi ottenuti, sono numerose le banche europee che continuano a essere scambiate a prezzi inferiori rispetto al valore contabile dei loro asset e in svantaggio rispetto alle controparti statunitensi.
Guardando dall’altra parte dell’Atlantico, il settore bancario ha cominciato a beneficiare di un rinnovato ottimismo dopo l’elezione di Donald Trump a novembre 2024, grazie agli annunci di:
- prospettive di deregolamentazione;
- tagli fiscali;
- maggiore stimolo fiscale.
Un cambio di registro dell’amministrazione statunitense che, come sta già avvenendo con i primi passi compiuti dal governo Trump che si è insediato a gennaio di quest’anno alla Casa Bianca, sta avendo conseguenze sull’economia, con ricadute anche sul comparto delle banche americane.
Le previsioni: meno ricavi e più stipule di mutui e prestiti
Al di là di ciò che sta accadendo e accadrà negli Stati Uniti, spostando il periscopio da questa parte dell’Atlantico, il Financial Times rimarca che, per il 2025, gli analisti si attendono che per le banche europee i ricavi netti dagli interessi diminuiranno leggermente con le coperture strutturali che compenseranno solo parzialmente il calo dei tassi.
Tuttavia, il minor costo del denaro dovrebbe permettere un aumento delle richieste e di accensioni di mutui e prestiti soprattutto nelle economie periferiche d’Europa che hanno trascorso gli ultimi quindici anni a ridurre il proprio indebitamento.


